Una nuova strategia europea sulla disabilità

Una nuova strategia europea sulla disabilità

Di Pierfrancesco Majorino

Oggi in Europa ci sono almeno 100 milioni di persone con disabilità. “Per” e “con” loro va immaginata una nuova strategia. Di questo si è discusso in Parlamento Europeo. E di questo si discuterà in futuro anche grazie alla relazione con la “Commissione” e con le scelte che essa sarà chiamata a fare. Non ci si deve inventare nulla. Le parole giuste, le cose vere, le idee guida, sono già scritte. Le si possono trovare nella Convenzione delle Nazioni Unite sui diritti delle persone con disabilità. Un documento che inizia ad avere qualche decennio sulle proprie spalle e che risente del tempo ma in senso “contrario”: probabilmente è fin troppo avanzato per le classi dirigenti del mondo. Infatti resta lì, come un faro, spesso ignorato e disatteso.

Nella Convenzione si afferma la centralità del diritto all’indipendenza, all’autonomia, all’integrazione sociale e professionale, all’accesso, alla partecipazione alla vita della comunità, all’assistenza dignitosa e tanto altro.

Quindi non ci sono chiacchiere da spargere ma impegni precisi da assumere con maggiore capacità di verifica, rispetto a quel che è successo sin qui e traguardi da raggiungere. La sfida è enorme. Basta pensare al tema del lavoro. Solo il 50,6% degli uomini e il 45,9% delle donne con disabilità sono oggi occupate.

Più del 30% delle persone con disabilità in Europa sono a rischio povertà ed esclusione sociale, con una differenza di dieci punti percentuali rispetto al resto della popolazione. E per quanto i numeri siano già espliciti non bastano ad esprimere tutta la profondità dei problemi e delle condizioni reali.

Le proposte della nuova strategia devono partire dal principio fondamentale che nessuno deve rimanere indietro.

Occorre garantire il rispetto e l´applicazione effettiva del diritto all´assistenza personale; assicurare che ci siano fondi e strumenti sufficienti per questo e per favorire l’inclusione attiva delle persone e migliorarne le opportunità occupazionali (assicurando loro gli stessi livelli retributivi); armonizzare gli standard di protezione sociale, garantendo dei livelli minimi imprescindibili ed una piena portabilità dei diritti; investire nell’accessibilità dell’ambiente costruito, delle città e dei trasporti (e garantire che i fondi dell’UE non finanzino mai prodotti, servizi o infrastrutture inaccessibili); l’accessibilità deve essere inclusa come condizione preliminare in qualsiasi iniziativa dell’UE riguardante le nuove tecnologie e la ricerca. Dai soggetti pubblici che pianificano le scelte di sviluppo territoriale ai più piccoli esercizi commerciali dove vanno superate le barriere motorie e sensoriali e garantita la piena fruibilità degli spazi.

Non si tratta, allora, di aggiungere qualche rassicurazione.

Si tratta di cambiare il futuro delle nostre comunità e delle nostre città.