Editoriale, di Brando Benifei

Editoriale, di Brando Benifei

Dopo lunghe trattative durate quattro giorni, il Consiglio Europeo ha raggiunto un accordo storico sul Recovery Fund. Si tratta di un risultato certamente figlio di un compromesso tra diverse priorità e differenti modi di intendere il modello europeo, ma che per la prima volta introduce una forma di debito comune: il Fondo per la Ripresa sarà infatti finanziato attraverso l’emissione di obbligazioni garantite dal bilancio UE, una novità impensabile fino a qualche anno fa e che dimostra ancora una volta che, da quando è iniziata la pandemia, l’Unione ha saputo mettere in discussione molti dei suoi dogmi, superando titubanze consolidate e mostrando una capacità di intervento che alcuni ritenevano impossibile.
Il Recovery Fund, prevedendo un trasferimenti di risorse verso i Paesi più in difficoltà, traduce in concreto il principio di solidarietà europea, e rappresenterà anche in futuro un precedente fondamentale per chiunque voglia un’Europa più solidale e integrata.
Il pacchetto negoziato, che vede insieme il Fondo e il Quadro Finanziario Pluriennale, prevede 1824 miliardi di finanziamenti, di cui 1074 per il QFP e 750 per il fondo ripresa (390 saranno erogati come sussidi a fondo perduto).
Nei prossimi anni, l’Italia riceverà oltre 200 miliardi di euro, e sarà fondamentale approntare piani strategici per spendere efficacemente questa cifra, facendo fronte alla crisi economica e sociale causata dal coronavirus e introducendo importanti riforme che incidano sull’occupazione (specie giovanile) e che sostengano l’innovazione e la riconversione ecologica combattendo le disuguaglianze.
La Risoluzione approvata nell’ultima plenaria del Parlamento Europeo, intitolata simbolicamente “More for Europe”, da pieno supporto all’accordo sul Piano per la Ripresa. Al tempo stesso, però, il Parlamento ha rigettato l’accordo trovato dal Consiglio sul bilancio pluriennale, al momento insoddisfacente soprattutto a causa di forti tagli proposti dai governi su politiche chiave dell’UE, su tutte il programma Erasmus, la Politica Agricola Comune, la Politica di Coesione e Horizon. Come eurodeputati, abbiamo il dovere di tutelare la capacità d’azione dell’UE ponendo il Parlamento Europeo al centro della sua governance, e per questo nella Risoluzione si afferma chiaramente che il Parlamento non darà la sua approvazione al bilancio pluriennale senza un accordo sulla riforma del sistema delle risorse proprie dell’UE, che copra almeno i costi relativi a Next Generation EU. Nei prossimi mesi sarà quindi fondamentale lavorare per un bilancio ambizioso, che si sostenga anche attraverso un sistema di risorse proprie (prime tra tutte, una tassa sulle transazioni finanziarie speculative e una rivolta ai giganti del digitale).
Le negoziazioni sul Recovery Fund hanno testimoniato con forza quanto sia sempre più serrato il confronto tra chi vuole proseguire col modello intergovernativo e chi invece crede che solo con un’UE autonoma e fondata sul modello federale potremo affrontare in maniera adeguata le sfide del nostro tempo.
Abbiamo visto tutti i limiti del modello attuale, in cui pochi Stati hanno potuto tenere in ostaggio gli altri per diversi giorni, opponendosi a una volontà politica chiara e diffusa.
Per questo, nei prossimi anni diventerà sempre più centrale il tema di come superare questi limiti e riformare il processo decisionale europeo (e le stesse istituzioni); come progressisti ed europeisti, siamo chiamati a fare la nostra parte in una fase storica cruciale, lavorando con tutto il nostro entusiasmo e le nostre capacità per una riforma dell’Europa.
Non sarà certo una sfida facile; l’accordo raggiunto però, anche grazie al lavoro del governo italiano, apre a prospettive che ci incoraggiano in questa direzione.