Editoriale

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Di Brando Benifei

Si chiude il 2019, un anno pieno di cambiamenti e di sfide, tanto per l’Italia quanto per l’Europa.

Le elezioni europee di maggio non hanno visto il trionfo della destra che molti temevano, e che sembrava inevitabile a sentire tanti commentatori. Le forze europeiste, infatti, sono ancora maggioranza all’Europarlamento, e la nuova legislatura ha preso il via in un’ottica di collaborazione tra le varie forze. Questo clima ha permesso di varare la nuova Commissione Europea, quella presieduta da Ursula von Der Leyen, migliorandone le proposte iniziali. Nei prossimi anni, von Der Leyen dovrà lavorare per proseguire sulla strada dell’integrazione europea e per affrontare le urgenze del nostro tempo, prime fra tutte la lotta al cambiamento climatico e la promozione di benessere ed inclusione sociale per tutti i popoli europei.

Il voto di maggio, però, ha consegnato grande responsabilità alle famiglie politiche che siedono a Strasburgo, e che credono ancora fortemente nel progetto europeo. Per gli europeisti e i progressisti, infatti, è fondamentale continuare a lavorare sulle criticità dell’Unione che certamente ci sono, e che creano scetticismo sul progetto unitario. Le elezioni hanno visto i nazionalisti aumentare i loro consensi in paesi come l’Italia e la Francia: si tratta di campanelli d’allarme importanti, che rendono necessario intervenire nei settori dove i cittadini sentono l’Europa distante, e dove i Governi degli Stati Membri sono chiamati a coordinarsi con l’UE, superando i veti e i ritardi nel prendere le decisioni. In Italia, ad agosto, dopo il tentativo di Matteo Salvini di tornare alle urne e alzare il livello di scontro, la formazione di un Governo PD-M5S ha permesso di tornare a vedere l’Europa come un interlocutore importante e non come riferimento polemico per ogni cosa che non funziona. Il risultato è che il nostro Paese è tornato protagonista ai tavoli europei, riuscendo anche a nominare Paolo Gentiloni come Commissario agli Affari Economici, un riconoscimento importante per il nostro Paese e per il Partito Democratico.

In Europa come in Italia, i Socialisti&Democratici sono chiamati a rilanciare l’agenda sociale, combattendo le diseguaglianze e promuovendo diritti, tutelando l’ambiente e convertendo il nostro sistema produttivo. In questo senso, il Green Deal europeo presentato la settimana scorsa sarà un’importante banco di prova: cambiare la nostra economia attraverso un piano di investimenti che crei sinergie tra pubblico e privato, favorendo la formazione permanente e lo sviluppo di nuove competenze per i lavoratori, sarà fondamentale per raggiungere i nostri obiettivi. Al tempo stesso, portare a termine i negoziati per il Fondo Sociale Europeo Plus e per politiche che facilitino l’ingresso dei giovani nel mondo del lavoro sarà una parte importante del rilancio dell’azione dell’UE nei Paesi Membri che faticano ancora a risollevarsi dalla crisi, e che rischiano di non essere pronti, senza un’azione forte in sede comunitaria, per governare le trasformazioni della nuova economia e società digitale.

Purtroppo, sembra ormai certo che questo cammino avverrà senza il Regno Unito, a causa della larga maggioranza avuta da Boris Johnson alle elezioni di dicembre. Come Socialisti&Democratici, abbiano cercato sempre di giungere a un accordo equo per ambo le parti. Oggi, continueremo a lavorare affinché l’UE e lo UK mantengano rapporti di collaborazione tanto in materia economica e di politica estera quanto nella cooperazione culturale e accademica, nella certezza che i profondi legami storici e culturali tra Europa e Regno Unito non verranno cancellati dalla Brexit. Da questo processo, però, deriva un compito importante per noi sostenitori del progetto di integrazione europea, ovvero creare le condizioni per crescita e sviluppo nell’UE, che mostri quanto possiamo raggiungere insieme invece che divisi.

Sono queste alcune delle sfide con cui si aprirà il nostro 2020.