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Giu

La legge sul ripristino della natura

Oggi le stime della Commissione indicano che per ogni euro investito nel ripristino della natura si ricavano dagli 8 ai 38 euro in benefici economici. Il problema è che se i benefici riguardano tutti i danni colpiscono di più i gruppi sociali più svantaggiati. Non sono le follie ambientaliste a essere un lusso radical chic, ma la distruzione degli ecosistemi a essere una follia che pochi possono permettersi. 

Campagne, foreste, fiumi e laghi ci forniscono cibo, acqua, aria e protezione contro gli eventi climatici. Per questo distruggere gli ecosistemi naturali costa soldi. Molti di più di quelli necessari a proteggerli. Gli ultimi a rendersene drammaticamente conto sono stati i cittadini dell'Emilia Romagna colpita dagli alluvioni. Ma la lista è lunga. Ad esempio tra le ipotesi delle origini del Covid, di cui mi sono occupata molto in questi anni, c'è anche quella della distruzione degli habitat dei pipistrelli in Asia.

Secondo l'ultimo rapporto dell'Agenzia europea dell'ambiente l'81 per cento degli habitat è in condizioni precarie. Tra i fattori di rischio principali per la natura europea ci sono l'inquinamento e i cambiamenti climatici.

Sono queste le ragioni che hanno convinto la Commissione europea a presentare una proposta di legge sul ripristino della natura, ora in discussione al Consiglio e al Parlamento europeo. Il fine è mettere in atto misure di recupero per almeno il 20% delle terre e il 20% delle aree marine dell'UE entro il 2030, stabilendo specifici obiettivi e obblighi giuridicamente vincolanti per il ripristino della natura.

Come ogni riforma anche questa nel breve termine genera degli scontenti, in particolare gli agricoltori, gli allevatori e i pescatori che devono fare i conti con i nuovi limiti, anche se poi sono proprio loro i beneficiari del provvedimento nel medio lungo termine. Questi devono essere ascoltati attentamente e noi ci battiamo per introdurre misure e finanziamenti per compensare i mancati introiti. Il problema però è che in Olanda il nuovo partito dei contadini, un movimento populista non molto diverso dai gilet gialli francesi, ha spaventato molti governi europei e ha convinto il presidente del Ppe, Manfred Weber, che la crociata contro le “follie ambientaliste europee” porta consenso. Lo scorso 15 giugno, quindi, il voto sul provvedimento in commissione Ambiente è stato inondato da 2500 emendamenti. 

Il tentativo delle destre di bocciare la normativa è naufragato nel caos, ma questo è solo un piccolo assaggio di quello che sarà l'Europa se alle elezioni dell'anno prossimo l'alleanza tra popolari e conservatori prenderà il comando. Il dossier tornerà in commissione Ambiente il prossimo 27 giugno e nell'aula della plenaria a luglio. Intanto lo scorso 20 giugno i ministri europei dell'Ambiente hanno dato il loro via libera, con l'opposizione dell'Italia, insieme a Olanda, Finlandia, Polonia, Austria e Belgio. 

Non c'è voluto molto a convincere la nostra Giorgia Meloni a unirsi alla battaglia retrograda contro l'ambiente, anche se noi non siamo l'Olanda, ma il Paese in Europa con maggiore biodiversità, maggiore fragilità idrogeologica e una potenza mondiale per i prodotti enogastronomici basati sulla qualità del territorio. Che si tratti di pesticidi, case green o pannelli solari accordarsi alle associazioni di settore spaventate dai costi a breve termine, spesso basati su disinformazione, è sempre più facile e conveniente che battersi per i benefici che hanno il difetto essere percepibili a lungo termine e di riguardare tutti i cittadini, non solo categorie minoritarie ma ben organizzate.

Così in Europa si è diffusa l'idea di “mettere in pausa” la legge sul ripristino della natura, come se si trattasse di un hobby da coltivare nel tempo libero. Eppure risale al lontano 1999 il saggio “Capitalismo Naturale” che spiegava gli enormi benefici economici che ricaviamo dagli ecosistemi naturali. Oggi le stime della Commissione indicano che per ogni euro investito nel ripristino della natura si ricavano dagli 8 ai 38 euro in benefici economici. Il problema è che se i benefici riguardano tutti i danni colpiscono di più i gruppi sociali più svantaggiati. Non sono le follie ambientaliste a essere un lusso radical chic, ma la distruzione degli ecosistemi a essere una follia che pochi possono permettersi. Forse Giorgia Meloni avrebbe fatto bene a parlare con gli allevatori e gli agricoltori dell'Emilia Romagna prima di affrettarsi a votare contro.


Alessandra Moretti